3. DAL CALVARIO A CALCUTTA

Maria e Giuseppe. Dio amò tanto la Vergine Maria da donarle il suo Figlio unigenito. L’Immacolata Vergine Maria lo ricevette prima nel suo cuore e poi nel suo grembo (cfr. Lumen Gentium, 53). Dal momento in cui Maria accolse la parola del Padre eterno nel suo grembo verginale, lo amò più d’ogni altra persona, più d’ogni cosa e più di se stessa. Ma l’amore che sentiva per Gesù non era completo. Con Gesù andò in fretta a donarlo alla cugina Elisabetta e agli altri. D’allora la sua vita divenne inseparabile dalla vita di Gesù, e viceversa. Si può affermare che la Vergine di Nazareth, scelta dal Padre eterno per essere la Madre di Dio e la Madre del Redentore, visse e operò per Gesù, il suo diletto Figlio.

Dall’Annunciazione che, come soleva dire S. Teresa di Calcutta, fu per Maria il giorno della sua prima Comunione, Maria divenne il tabernacolo del Signore. Per nove mesi il Figlio di Dio, il Creatore dell’universo, il Redentore dell’uomo, dimorò in lei, crebbe in lei e respirò in lei. I loro cuori battevano all’unisono. Gesù andava dove andava Maria, dormiva dove lei dormiva, e Maria lo nutriva con il suo stesso sangue. Nessuna altra persona ebbe una vicinanza fisica e un intimità spirituale più grande di quella che Maria ebbe con Gesù. La loro relazione, specialmente l’intimità spirituale, non soltanto durò trentatre anni, ma si rafforzò e si approfondì con gli anni, vivendo ed operando insieme per la salvezza del mondo, anche quando la loro missione terrena ebbe termine.

La persona scelta da Dio per condividere la vicinanza fisica e l’intimità spirituale fu S. Giuseppe. Fu a S. Giuseppe che il Padre eterno affidò la cura e la protezione di Gesù e di Maria. Queste furono le tre persone più straordinarie che siano mai vissute sulla terra. In tutte e tre non c’era altro desiderio che fare la volontà di Dio Padre, non c’era altro che amore e servizio. Non c’era altra ambizione che quella di dare e di condividere, non c’era altra fame e sete che quella di conoscere Dio, di amarlo pazzamente e di servirlo con tutto il cuore, di insegnare ad obbedire ai suoi comandamenti, di portare le anime a Dio e Dio alle anime.

Erano persone di profonda convinzione e le loro convinzioni si rafforzarono e si approfondirono vivendo insieme. L’intimità con Gesù rese Maria e Giuseppe ancora più convinti dell’importanza della loro vocazione e missione. La loro vocazione e missione non si limitarono al breve periodo della loro vita in questo mondo di sofferenza, di prove e dolori, ma divennero ancora più potenti, efficaci e straordinari dopo il loro ritorno alla casa del Padre. La loro missione d’amore divenne un’estensione del piano d’amore del Padre per l’umanità. Il Padre eterno, che ama il mondo più di quanto una madre ami il suo bambino (cfr. Is 49,15), non solo rivela attraverso di loro il suo piano di salvezza, ma fa in modo che attraverso di loro si realizzi fino alla fine del mondo. In questo Nostra Signora è la figlia altamente favorita e privilegiata, che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli per diventare la madre del suo Figlio unigenito.

Gli interventi della Madre di Dio per salvare le anime. Gli interventi di Maria nella storia e nella vita dell’umanità sono molti. Il suo messaggio è semplice, ma profondo e pratico. E’ evidente che Dio vuole continuare a salvare il mondo attraverso il suo cuore immacolato e materno. Le sue apparizioni e i suoi messaggi sono interpretazioni degli insegnamenti di Gesù come si trovano nel Vangelo. Così in tempi e luoghi diversi, Maria apparve ad anime pure ed innocenti per salvare attraverso di loro le anime. Così, per esempio, abbiamo Bernadette a Lourdes, Lucia, Francesco e Giacinta a Fatima, e S. Teresa M.C. a Calcutta.

Non sarebbe fuori posto approfondire queste apparizioni, il contesto e il contenuto, le somiglianze, le differenze, gli immediati destinatari dei messaggi. Anche se le apparizioni erano rivolte a certe persone in particolare, i messaggi erano per tutte le persone di ogni luogo e tempo. E’ interessante osservare la scelta dei luoghi, dei tempi, delle persone alle quali Nostra Signora apparve, e i messaggi che ha comunicato e continua a comunicare.

Il dogma dell’Immacolata Concezione. E’ mia intenzione ora paragonare le apparizioni di Nostra Signora ai tre pastorelli di Fatima alle apparizioni della Madonna a S. Teresa di Calcutta. E’ opportuno, comunque soffermarsi sulle apparizioni della Madonna a Lourdes, e osservarne i particolari e il messaggio fondamentale.

L’otto dicembre 1854 il beato Pio IX definì il dogma dell’Immacolata Concezione come dogma di fede. La Chiesa aveva già proclamato due altri dogmi: Maria, Madre di Dio, difeso e definito dai Padri della Chiesa a Efeso nel 431 D.C. L’altro dogma della Chiesa definì che la Madre di Dio rimase sempre vergine anche dopo la nascita di Gesù, ante partum, in partu et post partum. La definizione del terzo dogma mariano creò nella Chiesa un certo disagio. Una delle critiche si fondava sull’ecumenismo. Molte Chiese protestanti non avevano dato molta importanza al ruolo di Maria nella storia e nel mistero della salvezza. Definire un altro dogma mariano con “anatema”, avrebbe tenuto lontano le altre Chiese dall’unità con la Chiesa cattolica. Maria doveva intervenire in persona, e lo fece.

Le apparizioni di Lourdes riaffermano il dogma dell’Immacolata Concezione. Maria scelse un povera ragazza di campagna di quattordici ani, che non sapeva né leggere né scrivere per riaffermare che l’insegnamento del papa era autentico, che lei era l’Immacolata Concezione. La ragazza non capì; era uno strumento nelle mani Maria, come la scopa di Maria, per dire agli scettici di accettare umilmente gli insegnamenti ufficiali della Chiesa.

Bernadette Subirous soffrì molto nel corpo, nella mente e nell’anima. La Madonna le disse che la felicità per lei non era in questo mondo:

“Non ti prometto felicità in questo mondo, ma nell’altro” (terza apparizione, giovedì, 18 febbraio 1858).

E avrebbe sofferto molto. La Madonna chiese a Bernadette di andare a dire al parroco di costruire in quel luogo una Cappella in suo onore:

“Vai dai sacerdoti a dire di far costruire qui una cappella” (decima apparizione, sabato, 27 febbraio 1858), di istituire l’adorazione Eucaristica e di venire in processione:

“Nostra Signora mi disse che vuole che le persone vengano alla grotta in processione” (tredicesima apparizione, giovedì, 2 marzo 1858), recitando il rosario. 

Con l’acqua della grotta di Massabielle avvennero migliaia e migliaia di guarigioni fisiche e spirituali. “Ci sono altre lezioni pratiche in questo luogo”, scrive l’Abbate Francois Trochis “per la direzione delle anime che aspirano a una vita più alta e più nobile, e che si scontrano con il proprio egoismo, con lo spirito d’indipendenza e con le passioni. Distacco, obbedienza e umiltà furono il ritornello di questa fonte miracolosa fin dal suo primo sussurro, rivelando al mondo ancora una volta che, quando vuole, Dio ottiene grandi cose servendosi di mezzi molto umili.” (S. Bernadette Subirous, 1844-1879, Abbé Trochis, p. 109).

Dal 1858, le guarigioni interiori e le conversioni continuano numerosissime, attraverso la preghiera, i sacrifici e le penitenze:

“Penitenza, Penitenza ,Penitenza” (ottava e nona apparizione, 24 e 25 febbraio 1858). 

A Lourdes, vedere la fede di migliaia di persone da ogni parte del mondo, che portano gli ammalati, le persone paralizzate, i disabili sulle carrozzelle, è commovente, edificante e affascinante.

Inoltre, le file di penitenti ai confessionali per riconciliarsi con Dio e con il prossimo, costituiscono un’altra esperienza commovente ed edificante. I miracoli sono tanti. Si dovrebbe andare in questi luoghi per testimoniare la fede profonda di tante persone ammalate e afflitte, che vengono dalla loro madre celeste, che li accoglie con il cuore pronto ad ascoltarli, a capirli e a consolarli.

Gesù dalla croce affidò l’umanità sofferente alla cura e alla protezione della madre sofferente, il cui cuore era stato trafitto dalla spada del dolore. Il suo cuore materno spegne le fiamme della distruzione, come scrive Suor Lucia nella “Terza Memoria”:

“…abbiamo visto, al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto, un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui…” (“Il messaggio di Fatima”, Terza parte del Segreto rivelato il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria, a Fatima).

La stessa Regina celeste e Madre di misericordia disse a S. Teresa di Calcutta nel lontano 1946-1947: 

“Prenditi cura di loro (della folla): essi sono miei; conducili a Gesù, porta Gesù a loro…”. Questo fu ciò che Maria fece duemila anni fa, non appena ricevuto Gesù nel suo cuore e nel suo grembo verginale: andò in fretta a portare Gesù alla cugina Elisabetta. Ora ha bisogno degli esseri umani per farlo. S. Teresa di Calcutta e le Missionarie della Carità e tutti quelli che ricevono Gesù devono portarlo agli altri, chiunque essi siano. I misteri dell’Annunciazione e della Visitazione sono i lati inseparabili della stessa moneta, come lo sono le virtù della fede e della carità!

L’affidamento fondamentale. Gesù dalla croce affidò il discepolo amato a Maria e la sua amata madre al discepolo: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre…Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre!’ ’’ (Gv 19,25-27).

Stava presso la croce la madre di Gesù, che forse non capiva cosa stava succedendo, ma che amò Gesù fino alla fine con la sua presenza di madre. Gesù poteva anche essere un criminale secondo la legge, ma egli era sempre il suo amato Figlio.

San Giovanni rappresenta tutta l’umanità. Molti Padri della Chiesa hanno visto in questo affidamento di Giovanni a Maria l’intera umanità. In altre parole l’amato discepolo rappresenta tutta l’umanità: attraverso Giovanni Gesù dalla croce affida a Maria tutta l’umanità. Gesù ha redento il mondo attraverso la croce: “Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo, perché per la tua santa Croce hai redento il mondo”. Gesù ha di nuovo aperto la via al Padre, che era stata chiusa dal peccato dei nostri progenitori. Gesù è la via al Padre: “Io sono la via” (Gv 14,5) da seguire, la verità da credere sempre e la vita da vivere.

La materna guida di Maria. Tutti abbiamo bisogno di una guida che conosca bene la strada, che abbia vissuto la verità completamente e che abbia condiviso la vita di Gesù intimamente. E chi meglio della madre di Gesù? Lei lo conobbe meglio di qualsiasi altra persona al mondo, lo conobbe dal primo momento dell’Incarnazione. In lei il Verbo si fece carne e solo dopo nove mesi prese la sua dimora tra noi. La verità è che senza Nostra Signora non avremmo Gesù. Non fa meraviglia quindi che Gesù dalla croce affidò Giovanni, l’unico discepolo fedele, a Maria e Maria al discepolo che egli amava. 

Tutti sono invitati ad accettare, ad accogliere e a vivere con Maria, come fece Giovanni: “E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19,26). L’umanità deve camminare con Maria per essere redenta. Gesù continua ad affidare a Maria la premura di portare a lui l’umanità.

Ecco perché Maria continua ad apparire in tempi e luoghi diversi. L’umanità ha ancora bisogno di essere redenta e salvata. L’umanità può e dovrebbe vedere in Maria l’immagine perfetta e accettare la sua materna guida. L’affidamento di Giovanni a Maria e di Maria a Giovanni è l’espressione del continuo amore di Gesù per l’umanità sofferente.

Gesù sulla croce, un paradosso e una contraddizione. Gli evangelisti, in particolare Giovanni, vedono nella croce di Gesù il trono regale e il pulpito del sommo sacerdote, come si può leggere nell’iscrizione posta sopra il capo di Gesù in croce:

“Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: ‘Costui è Gesù, il re dei Giudei’ ” (Mt 27,37) e nel vangelo di Giovanni:

“Gesù il Nazareno, il re dei Giudei” (I.N.R.I) (Gv 19,19).

L’angelo Gabriele aveva preannunciato a Maria che Gesù “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre  e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32-33).

Sebbene Gesù fosse profeta, re e sacerdote, egli divenne un paradosso e una contraddizione. Il padre e la madre erano persone che non contavano nella società. Il Re dei re nacque in una capanna tra animali (cfr. Lc 2,7), e non aveva dove posare il capo: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9,58). Il luogo dove trascorse la sua fanciullezza non era importante: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). Sebbene avesse scelto gli apostoli dopo una notte di preghiera (cfr. Mc 3,13 ss.), essi lo abbandonarono. Uno di loro lo tradì, ma anche finì la sua vita disperato (cfr. Mt 27,5), e Pietro, che egli costituì capo e guida, lo rinnegò tre volte (cfr. Mt 26,69 ss.).

La vita di Gesù, un intero fallimento agli occhi umani. Umanamente parlando, l’intera vita di Gesù fu per lo più un intero fallimento. Gli ultimi giorni della sua vita terrena furono anche peggiori. Il peggio iniziò nella sala superiore durante l’ultima cena, che fu la prima celebrazione eucaristica, quando Giuda prese il boccone che Gesù gli dava e uscì dalla stanza (cfr. Gv 13,20 ss.). In quell’oscura ora della notte Giuda uscì per compiere l’opera delle tenebre: vendere Gesù per trenta monete d’argento. C’era buio dentro e fuori di lui: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19). Giuda visse con la luce, ma non accolse la luce, perché il suo cuore non era puro, sincero e trasparente (cfr. Gv 13,27).

Qui è il climax, il culmine e il paradosso di quel primo Venerdì santo. Si può vedere la croce come pietra d’inciampo, come la considerarono i Giudei, come stoltezza come la videro i Greci, oppure come potenza e sapienza di Dio, adorarla e ringraziare Dio, come fecero i credenti e i seguaci di Cristo (cfr. 1Cor 1,18 ss.). Innumerevoli sono i cristiani che offrirono la vita sull’altare della croce.

La regalità e nobiltà di Gesù. Non è tutto. Se approfondiamo l’evento della crocifissione, ci rendiamo conto della regalità e nobiltà di Gesù. “Quod scripsi, scripsi”, “Quel che ho scritto, ho scritto”, disse Pilato nel contesto della regalità di Gesù. Gesù non prese la croce come se non avesse altra scelta, non prese la croce per forza, ma spinto dall’amore. Lo fece in piena libertà e per amore. La croce fu l’espressione suprema del suo amore per il Padre e per l’umanità. Fu crocifisso tra due malfattori con la scritta “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. Nato tra due animali, morì tra due malfattori. Il nostro Re è unico e meraviglioso!

Anche se non molti riconobbero la regalità e la potenza dell’amore di Gesù sulla croce, uno dei malfattori appeso alla croce come lui disse: “…noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gesù gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,41-43). Il regno di Gesù consiste principalmente nel salvare anime per amore. La croce divenne il trono della misericordia, il yom kipurim, il trono della misericordia per tutti I peccatori di buona volontà di ogni tempo e luogo.

Madre di Misericordia e Regina del mondo. Presso la croce di Gesù stava sua madre, Madre di Misericordia e Regina del mondo. L’ancella del Signore divenne la Regina della pace e Madre di misericordia. Se Gesù fu il sole, Maria fu la mistica luna. Il suo cuore sprofondò nel dolore, entrambi Gesù e Maria diedero tutto per le anime. La morte di Gesù sulla croce non fu dunque una terribile catastrofe, ma un abbandono per amore; non ci fu disperazione, ma speranza di salvezza. Si deve lodare e condividere l’esperienza del cuore di Maria, trafitto dalla spada del dolore e non provarne pietà. A Betlemme Maria diede alla luce Gesù, sul Calvario, insieme all’amato Figlio, genera una nuova umanità con indicibile dolore. L’umanità redenta dal sangue dl Figlio diventa il neonato che Maria deve nutrire, prendendosene amorevole cura. Gesù dice a tutta l’umanità: “Ecco tua madre!”, mentre la madre dice al mondo: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Quando facciamo ciò che ci dice Gesù, proviamo una pace  profonda e un indicibile gioia.

E’ interessante e importante considerare il ruolo di Maria e l’ora di Gesù alle nozze di Cana (Gv 2,1-12) e sul Calvario (Gv 19,25-27). L’ora a cui si riferisce il vangelo si riferisce in ultima analisi alla croce gloriosa e salvifica di Gesù. Nei due episodi l’evangelista chiama Maria “la madre di Gesù”, ma Gesù si rivolge a Maria chiamandola “donna”. Non è normale che un figlio chiami la propria madre “donna”, se non nella promessa fatta a Eva dopo la caduta, quando Dio si rivolge al serpente, dicendo: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).

Gesù affida a Maria un ruolo importante nella nuova creazione, in questa ora che è l’ora del rinnovamento, in questo giardino (Gv 19,41) che ricorda il giardino della caduta (cfr. Gen 3,24), scelto per l’inizio di un mondo nuovo. Maria divenne la madre dei discepoli del Salvatore nella persona del discepolo amato. Questa nuova maternità che Maria riceve in cambio della sua maternità, nel momento stesso in cui il Figlio muore, ci ricorda le parole di Eva: “Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso” (Gen 4,25).

Dal Calvario a Lourdes, la rinascita dei cristiani. Sul Calvario Gesù annuncia ciò che si doveva compiere nella Chiesa attraverso Maria: la rinascita dei cristiani.

Da quando i nostri progenitori peccarono disobbedendo ai comandi di Dio, l’umanità divenne debole e peccatrice. Ciò che l’uomo poteva ottenere facilmente divenne faticoso e difficile. Il peccato separò l’uomo da Dio e l’uomo perse l’amicizia di Dio. Invece di camminare con Dio nella frescura del giorno, Adamo e Eva si nascosero. Timore, rimorso di coscienza e ansia si sostituirono alla pace e alla serenità:

“Poi udirono i passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino” (Gen 3,8). 

L’uomo perse il controllo delle sue azioni, facendo cose che non voleva fare. Anche se voleva fare ciò che è bene, non aveva la forza di farlo. San Paolo direbbe: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” (Rm 7,15-20).

Ammalato nel corpo, nella mente e nell’anima, l’uomo divenne schiavo delle passioni e dei desideri della carne (cfr. Gal 5,15 ss.). L’uomo perse la sua libertà: “Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto; chi le compie…” Le malattie dell’uomo non si limitano al corpo ma intaccano anche la mente e l’anima. L’uomo si può ammalare fisicamente, moralmente e psicologicamente: ciò che capita al corpo riguarda anche la mente e l’anima, perché l’uomo è una persona psicosomatica.

A differenza delle altre creature l’uomo possiede un’anima immortale, creata a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26). Ogni persona è responsabile della santificazione e salvezza della sua anima. Gesù ci chiede: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?“ (Mt 16,26).

Gesù guarì molti affetti da malattie del corpo, della mente e dell’anima. Egli guarì la suocera di Pietro, e subito dopo l’evento “gli portarono tutti gli ammalati e gli indemoniati” (Mc 1,29 ss.). Gli portarono un paralitico e lo calarono dal tetto perché Gesù lo guarisse. “Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: ‘Figlio, ti sono perdonati i peccati’, prima di dire: ‘Alzati, prendi la tua barella e cammina’ “ (Mc 2,1-12). Gesù faceva miracoli solo quando trovava fede e desiderio di salvezza, come si può chiaramente leggere nel vangelo: “E lì, a causa della loro incredulità non fece molti prodigi” (Mt 13,58). San Marco evangelista va oltre e dice che Gesù non solo non compì molti miracoli, ma che “non poteva compiere nessun prodigio…E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,5-6). Per Gesù, la fede e condizione sine qua non, una condizione necessaria perché avvenga il miracolo.

I miracoli attraverso Maria. Ai nostri giorni i miracoli avvengono attraverso la Chiesa, la madre e il mezzo della santificazione e salvezza delle anime. Gesù compie i miracoli attraverso Maria e i santi. Maria vede le necessità dei suoi figli afflitti e le presenta a Gesù, come fece a Cana di Galilea, e continua a dire a noi tutti ciò che disse ai servitori alla festa di nozze: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. I servitori obbedirono per fede e fecero come aveva detto Gesù. Vi erano là sei anfore di pietra e Gesù disse loro di riempirle di acqua, ed essi le riempirono. Poi disse loro di portarne a colui che dirigeva il banchetto e gliene portarono. L’obbedienza della fede è necessaria perché avvenga il miracolo (cfr. Gv 2,1-11).

Fede e umile obbedienza. Anche nel Vecchio Testamento troviamo questo genere di umile obbedienza. Naaman, il Siro,  che era ammalato di lebbra, obbedì prima alla giovane schiava e poi ai suoi servi quando si sdegnò con Eliseo e voleva andarsene: “Gli si avvinarono i suoi servi e gli dissero: ‘ Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: ‘Bagnati e sarai purificato’. Egli allora scese e si immerse nel Giordano sette vote, secondo la parola dell’uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo” (2Re 5,1-14).

I miracoli non avvengono in modo automatico e neppure dobbiamo considerarli come una magia. I miracoli richiedono una fede profonda, un’obbedienza pronta e gioiosa, senza fare domande. I miracoli richiedono un’umiltà infantile, accettando i suggerimenti, anche quando vengono da persone senza importanza, come la schiava nel racconto di Naaman, che disse alla padrona: “Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che è a Samaria, certo lo libererebbe dalla sua lebbra. Naaman andò a riferire al suo padrone…” (2Re 5,3-4). Questo atteggiamento infantile è alla base di ogni miracolo, fisico e/o spirituale. I miracoli avvengono quando c’è fede, fiducia cieca e amorosa, profonda umiltà e carità ardente. La suocera di Pietro, dopo essere stata guarita da Gesù, si mise a servire: “La febbre la lasciò ed ella li serviva” (Mc 1,31).

In Lourdes, a Maria è affidato il mondo degli ammalati. Non solo gli ammalati nel corpo, ma anche nell’anima. Molti hanno bisogno più di una guarigione spirituale che corporale, anche se molti si recano a Lourdes per delle malattie del corpo. C’è bisogno di ferventi religiosi e di laici impegnati che si prendano cura degli ammalati spirituali. Il mondo ha bisogno di case per i moribondi spirituali, che hanno forse vissuto come animali, ma che possono morire come angeli! E’ più facile pendersi cura degli ammalati fisici che non di quelli che stanno morendo spiritualmente. La Madonna di Lourdes ha toccato milioni di anime, ma altre migliaia si presentano a suoi piedi in uno spirito di umiltà, obbedienza filiale, rispetto e fiducia.

A Lourdes la Madonna disse a Bernadette Subirous che era l’Immacolata Concezione (25 marzo 1858), mentre a Fatima mostrò ai tre pastorelli l’inferno dove vanno i poveri peccatori, dicendo: “Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato per salvarli…Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà” (13 luglio 1917). In altre parole, a Lourdes la Madonna apparve come l’Immacolata Concezione, mentre a Fatima lei apparve come il Cuore Immacolato e Regina del Rosario”.

Il cardinale sodano, Segretario di Stato, il 13 maggio 2000, dopo la beatificazione di Francesco e Giacinta a Fatima, disse: “Le apparizioni di Fatima riguardano la lotta dei sistemi atei contro la Chiesa e i cristiani, e descrivono l’immane sofferenza dei testimoni della fede dell’ultimo secolo del secondo millennio. E’ un’interminabile Via crucis guidata dai Papi del ventesimo secolo. La chiamata della Madonna alla conversione e alla penitenza, pronunciata  all’inizio del ventesimo secolo, conserva ancora oggi una sua stimolante attualità. La Madonna sembra leggere con una singolare perspicacia i segni dei tempi, i segni del nostro tempo. L’insistente invito di Maria SS. alla penitenza non è che la manifestazione della sua sollecitudine materna per le sorti della famiglia umana bisognosa di conversione e perdono”.

In Fatima, a Maria è affidato il mondo degli atei comunisti. La Madonna apparve ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, Francesco e Giacinta, sei volte, dal 13 maggio al 13 ottobre 1917 a Cova da Iria, in Portogallo. Nella terza apparizione rivelò loro il così detto “segreto” che si compone di tre parti, due delle quali sono state rese note a tutte le persone di buona volontà, mentre la terza parte rimase fonte di indagini e discussioni fino al 13 maggio 2000.

A Calcutta, Gesù affidò a Santa Teresa di Calcutta le anime dei più poveri tra i poveri. Lo scopo delle apparizioni è sempre lo stesso: “salvare anime”, sia le anime degli ammalati, sia quelle degli atei comunisti, sia quelle dei più poveri tra i poveri del mondo, dei quali nessuno si prende cura e che Gesù affidò a S. Teresa di Calcutta, dicendo:

“Ci sono moltissime suore che si prendono cura delle persone ricche e capaci, ma per i Miei più poveri non c’è assolutamente nessuno. Sono loro che desidero ardentemente, sono loro che amo. Rifiuterai?”

In Fatima i tre pastorelli ebbero la spaventosa visone dell’inferno: “La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra”, dove essi videro cadere “le anime dei poveri peccatori”. La Madonna spiegò loro perché erano stati esposti a quella terrificante visione:

“Per salvare le anime, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato”.

Devozione al Cuore Immacolato di Maria. Secondo il Papa emerito Benedetto XVI: Cuore significa nel linguaggio della Bibbia il centro dell’esistenza umana, la confluenza di ragione, volontà, temperamento e sensibilità, in cui la persona trova la sua unità ed il suo orientamento interiore. Il Cuore Immacolato è secondo Mt 5, 8 un cuore, che a partire da Dio è giunto ad una perfetta unità interiore e pertanto “vede Dio”. Devozione al Cuore Immacolato di Maria pertanto è avvicinarsi a questo atteggiamento del cuore, nel quale il fiat, sia fatta la tua volontà, diviene il centro informante di tutta quanta l’esistenza (Il Messaggio di Fatima, Città del Vaticano, 2000).

Oggi più che mai abbiamo bisogno di cuori immacolati, cuori aperti a Dio e purificati dalla contemplazione di Dio, più forti dei fucili e delle armi di ogni genere. Il fiat incondizionato di Maria, la parola del suo cuore ha cambiato la storia del mondo, perché ha introdotto in questo mondo il Salvatore, l’Emmanuele, il Dio con noi e il Dio per noi in ogni luogo e tempo.

Una chiamata alla conversione, attraverso la preghiera, i sacrifici e le opere di misericordia. Lo scopo delle tre parti del “segreto” è di salvare anime. Comunque la terza parte del “segreto” insiste sulla necessità della penitenza, come si legge nel testo di suor Lucia:

“Abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!”

L’Angelo con la spada di fuoco può essere il simbolo del mondo odierno: l’uomo può ridurre in cenere il mondo con la spada di fuoco che lui stesso si è fabbricato con le sue invenzioni. Ma la Regina del mondo e Madre di misericordia intervenne e le fiamme si spensero, come scrive suor Lucia nella terza parte del “segreto”:

ma [le fiamme] si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui”, come richiamo alla penitenza e alla conversione.

“In tal modo viene sottolineata l’importanza della libertà dell’uomo: il futuro non è affatto determinato in modo immutabile, e l’immagine, che i bambini videro, non è affatto un film anticipato del futuro, del quale nulla potrebbe più essere cambiato.…Il suo senso è esattamente il contrario, quello di mobilitare le forze del cambiamento in bene” (Papa Benedetto XVI, Il Messaggio di Fatima, Città del Vaticano, 2000).

Lo scopo dell’apparizione è un richiamo alla penitenza e alla conversione, attraverso la preghiera intensa, i sacrifici e le opere di misericordia. Infatti l’Angelo ripete tre volte: Penitenza, Penitenza, Penitenza. E’ un’esortazione, un grido, che significa sincero pentimento per i propri peccati e conversione del cuore.

Esortazione universale alla penitenza, alla preghiera e alla carità. Questa esortazione è per tutti: l’umanità si potrà salvare o distruggere secondo il modo con cui si risponde a tale esortazione. Se non si osservano questi messaggi, le conseguenze saranno disastrose, mentre la risposta generosa all’invito alla penitenza, alla preghiera e alla carità potrà salvare il mondo. 

Il maligno ha potere su di noi, perché la nostra libertà si lascia continuamente distogliere da Dio, siamo facilmente scoraggiati, ci sentiamo sconfitti e disperati. A volte ci sentiamo come San Paolo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto…Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio…Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,14-24).

Grazie a Dio Gesù Cristo ha preso su di sé le nostre infermità e i nostri peccati, e nelle sue piaghe siamo stati guariti, Il suo cuore era mite e umile, puro e santo, perché sapeva dirigere la libertà nella giusta direzione. Ancora una volta ritornano alla mente le parole di San Paolo: “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1).

Rivolgere la nostra libertà verso il bene. Il nostro futuro dipende da come usiamo la nostra libertà. La libertà è il più bel dono che Dio poteva farci, ma è anche un dono pericoloso. Come chi è alla guida di un veicolo: non basta avviare un autovettura e lasciarla correre. Chi è alla guida deve aver seguito lezioni di teoria e pratica, deve aver superato gli esami e ottenuto la patente di guida. Per rivolgere la nostra libertà a fare il bene dobbiamo avere una buona formazione religiosa. Altrimenti saremo come chi guida senza pratica e quindi senza patente di guida. La mano di chi guida deve essere sempre sul volante, gli occhi vigili, e i piedi devono compiere le loro funzioni. Lo stesso è per la nostra libertà, ancora di più, perché la nostra libertà è più pericolosa di un veicolo.

Papa Benedetto XVI conclude il suo commento teologico sul “segreto” di Fatima con le seguenti parole:

Ma da quando Dio stesso ha un cuore umano e ha così rivolto la libertà dell’uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l’ultima parola. Da allora vale la parola: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; il ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Il messaggio di Fatima ci invita ad affidarci a questa promessa” (Il Messaggio di Fatima, Città del Vaticano, 2000).

Dio vi benedica.

P. Sebastian Vazhakala M.C.